Alla Stazione di Roma Termini c'è una donna vestita di bianco. Il corpetto a fasce incrociate le tiene alti i seni, e le strizza forte il cuore. Quasi a volerlo placcare, in quel tum - tum nevrotico che, certe volte, sfugge ad ogni umano controllo.
La gonna è lo sbuffo ampolloso di un bambino annoiato, quando non vuole saperne di obbedire alla mamma. Ai piedi indossa un paio di sneakers rosso fiammante: due mini Ferrari con motore otto cilindri per correre lontani da un passato che non c'è.
"Taxiiiiiiiiii", chiama con voce squillante, agitando le dita sottili nell'aria. Non porta anelli. Solo l'ombra di un segno più chiaro lì, dove un tempo deve averne indossato uno.
"Taxiiiiiiiii", urla di nuovo. Poi prende il suo trolley verde speranza, lo adagia per terra e ci sale sopra. Come un marinaio di vedetta, allunga il collo, aguzza la vista, si volta a destra e poi a sinistra, così che nessun cavallo, carrozza, bici o auto sfondata possa sfuggirle.
Nessuno si ferma. Eppure tutti la guardano. Il mondo le osserva sempre le persone capaci di sovvertire gli schemi. Le guarda incantato. Ma le teme troppo per potersi avvicinare sul serio.
"Taxiiiiiii", e si siede sulla valigia. Scomodo sedile verde acido, con dentro chiusa tutta la sua storia.
Allora si alza, drizza la schiena, atteggia le braccia come la dama di un valzer intorno alle spalle di un cavaliere fantasma ed inizia dolcemente a ballare. All'ultimo giro di danza, due mani l'afferrano. Lui indossa una camicia bianca come chi è senza peccato, e un pantalone lercio - tenuto su da due bretelle sottili - come chi ha camminato a lungo ed è caduto spesso.
Lei non lo conosce. Lui non è il suo sposo. Lei non si è mai sposata.
Questa sera, però, ha smesso di prendere il dolore sul serio e ha cominciato a prenderlo in giro. Ha indossato il suo abito sciagurato di promesse infrante, ha regalato il bouquet scomposto di rose bianche a una ragazza triste, e ha scelto di partire, di andare lontano, mentre il mondo la guarda incantato e la giudica perché la invidia.
Antonia Storace
mercoledì 30 settembre 2015
venerdì 21 agosto 2015
Incipit
L'ha scalciato via con la punta delle scarpe. Poi ha raccolto i capelli in una coda alta, altissima, ed è rimasta a guardarlo. Lo faceva sempre, quando voleva pensare, quando qualcosa le frullava nella testa troppo forte, troppo veloce. Si levava i capelli dalla fronte, Anita. Li tirava indietro, in un laccio di ordine e rigore, come se questo potesse aiutarla a scoprire gli occhi e guardare meglio il mondo.
E quando le è parso che il mondo fosse un po' più chiaro, è corsa a riprendere quel sasso bianco, piatto e liscio, perfetto per un lancio. Allora si è messa fronte al mare, Anita, ha flesso il polso e l'ha scagliato lontano, a pelo d'acqua, senza rimpianti. Ha fatto tre saltelli, il sasso. Tre cerchi pieni e tondi. Ed è colato a picco. Come il magone che Anita aveva in gola. E' colato a picco pure quello. Giù, giù, dentro lo stomaco. Ma è arrivato secondo, il magone. Prima di lui, dentro lo stomaco di Anita, c'erano già le sue paure, le sue vecchie insicurezze, quella tendenza scema a sentirsi piccola, a farsi un po' comandare la vita.
Il medico l'aveva chiamata "gastrite nervosa", come se le si fosse stressato lo stomaco invece del cuore. Anita le faceva scendere sempre più in basso del cuore le sue streghe dell'anima, così che non potessero infestarlo e lo lasciassero in pace, pulito e senza ombre. Una landa rigogliosa e deserta in cui stendersi di schiena, pancia all'aria, a guardare il cielo. Allora quelle oltrepassavano il cuore e finivano nello stomaco.
Perciò ha pianto, Anita. Per quel suo stomaco stressato e per il gran casino che c'era dentro. Ha pianto un pianto pulito e vero. Pieno di acqua e di sale, proprio come il mare quando ce l'hai di fronte.
Hai il mare in faccia, dopo un pianto così.
Giorgio si è messo alle sue spalle, le ha sciolto i capelli, lasciando che ricadessero liberi e disordinati. Come ad ordinarle: basta pensare. Poi l'ha presa per mano e le ha detto piano: "Vieni. Ti insegno a nuotare".
Antonia Storace
lunedì 3 agosto 2015
Tra il Tirreno e lo Ionio
Questo fine settimana, ho raccolto molte storie di donne. Ciascuna di loro aveva il tratto potente della rinascita, della ripartenza: dal letto nuovo dopo un tradimento, al trasferimento in una città lontana per inseguire un sogno.
E parlo di Donne Donne, sia chiaro. Donne che hanno conosciuto i veri inganni della vita: dal dolore della malattia al rammarico di una separazione. Donne che sono donne e madri, bilance umane capaci di tenere in equilibrio ogni cosa.
A guardarle non ci si crede. Ti chiedi come sia possibile che un solo cuore di donna possa raccogliere, dentro di sé, così tante storie, possa aver ricominciato così tante volte, possa aver urlato: "Ce la faccio. Giuro, ce la faccio", mentre il mondo intorno passava liscio e nemmeno le guardava. Se ne è accorto dopo, il mondo. Quando le ha viste attraversare nuovamente le sue strade con la falcata potente di due gambe che sono rimaste in piedi, dritte e belle, nonostante tutto. Allora le ha guardate, il mondo. Ne ha ascoltato il passo. E sebbene fosse quello di una sola donna, aveva il rinculo possente di un esercito in marcia.
Non ci vogliono bussole per orientarsi, nella vita. Basta avere la fortuna di incontrare una donna come questa, e prenderla ad esempio. Io, in questi giorni, ho fatto scorta: ne ho incontrate cinque.
La mia felicità è roba mia, ho scritto una volta. Non la delego a nessuno.
Fate attenzione a credervi felici solo quando avete qualcuno accanto poiché, inconsapevolmente, state dicendo a voi stesse: posso essere felice solo se c'è lui; se lui se ne va, io sono finita. E invece no. Se lui se ne va - o anche se lei ne ne va - voi spostate i mobili in casa, partite da sole, andate al mare, leggete, leggete un sacco, compratevi un vestito giallo come il sole, tenete un diario, tagliatevi i capelli, siate ciò che avreste sempre voluto essere prima di credere che, per stare dentro ad una storia, fosse necessario adeguarsi.
La gente vi guarderà e penserà che siete cambiate. Voi riderete, perché avrete cominciato ad essere voi stesse.
E un'altra cosa voglio scrivere, prima di salire in macchina e partire per la Calabria. Non dite mai ad un'amica in difficoltà: "Devi tirare fuori le palle". Ma proprio no. Le palle le hanno assegnate agli uomini e loro - alcuni, non tutti - sanno come usarle.
Una donna tira fuori la sua intuizione, il coraggio di una tigre che non si fa addomesticare, l' intelligenza emotiva, il talento multitasking che le rende capaci di fare mille cose insieme, e tutte bene.
Le palle no, lasciamole agli uomini. Che quando ne incontri uno che le ha e sa usarle, giuro, è la fine del mondo. Perché certi uomini sono proprio la fine del mondo. Altri, invece, meriterebbero di andare affanculo fino alla fine del mondo. Ma questa è un'altra storia, di cui loro non sono protagonisti.
Buone vacanze fanciulle belle. Vi racconterò anche questo viaggio, tra il Tirreno e lo Ionio.
Antonia Storace
E parlo di Donne Donne, sia chiaro. Donne che hanno conosciuto i veri inganni della vita: dal dolore della malattia al rammarico di una separazione. Donne che sono donne e madri, bilance umane capaci di tenere in equilibrio ogni cosa.
A guardarle non ci si crede. Ti chiedi come sia possibile che un solo cuore di donna possa raccogliere, dentro di sé, così tante storie, possa aver ricominciato così tante volte, possa aver urlato: "Ce la faccio. Giuro, ce la faccio", mentre il mondo intorno passava liscio e nemmeno le guardava. Se ne è accorto dopo, il mondo. Quando le ha viste attraversare nuovamente le sue strade con la falcata potente di due gambe che sono rimaste in piedi, dritte e belle, nonostante tutto. Allora le ha guardate, il mondo. Ne ha ascoltato il passo. E sebbene fosse quello di una sola donna, aveva il rinculo possente di un esercito in marcia.
Non ci vogliono bussole per orientarsi, nella vita. Basta avere la fortuna di incontrare una donna come questa, e prenderla ad esempio. Io, in questi giorni, ho fatto scorta: ne ho incontrate cinque.
La mia felicità è roba mia, ho scritto una volta. Non la delego a nessuno.
Fate attenzione a credervi felici solo quando avete qualcuno accanto poiché, inconsapevolmente, state dicendo a voi stesse: posso essere felice solo se c'è lui; se lui se ne va, io sono finita. E invece no. Se lui se ne va - o anche se lei ne ne va - voi spostate i mobili in casa, partite da sole, andate al mare, leggete, leggete un sacco, compratevi un vestito giallo come il sole, tenete un diario, tagliatevi i capelli, siate ciò che avreste sempre voluto essere prima di credere che, per stare dentro ad una storia, fosse necessario adeguarsi.
La gente vi guarderà e penserà che siete cambiate. Voi riderete, perché avrete cominciato ad essere voi stesse.
E un'altra cosa voglio scrivere, prima di salire in macchina e partire per la Calabria. Non dite mai ad un'amica in difficoltà: "Devi tirare fuori le palle". Ma proprio no. Le palle le hanno assegnate agli uomini e loro - alcuni, non tutti - sanno come usarle.
Una donna tira fuori la sua intuizione, il coraggio di una tigre che non si fa addomesticare, l' intelligenza emotiva, il talento multitasking che le rende capaci di fare mille cose insieme, e tutte bene.
Le palle no, lasciamole agli uomini. Che quando ne incontri uno che le ha e sa usarle, giuro, è la fine del mondo. Perché certi uomini sono proprio la fine del mondo. Altri, invece, meriterebbero di andare affanculo fino alla fine del mondo. Ma questa è un'altra storia, di cui loro non sono protagonisti.
Buone vacanze fanciulle belle. Vi racconterò anche questo viaggio, tra il Tirreno e lo Ionio.
Antonia Storace
mercoledì 22 luglio 2015
Di sorrisi e lune verticali
Questa sera, la luna è uno spicchio di luce verticale. Gli occhi di chi ancora guarda il cielo la puntellano ai lati, così che resti dritta, impalata sopra quella fitta trama di buio e di stelle, senza cadere mai. Come quando provi a camminare sulla punta dei piedi e le mani cercano, istintivamente, librerie e tavoli e credenze cui aggrapparsi.
E' un sorriso messo strano, la luna, questa sera. Ti è caduto dentro qualche tempo fa, e ci è rimasto.
Lui ha dimenticato di portarselo via quando se n'è andato. Si è preso tutto: il tuo meglio, il tuo peggio, il tuo insomma. Ma quel sorriso no, se l'è scordato. Così lei, di lui, oggi ha la storia di un sorriso cui mancherà sempre un angolo, una minuscola punta di preziosissima verità.
Qualche volta te lo domandi. Ti chiedi se quel sorriso dimenticato non sia invece una scusa, il pretesto che lui ha scelto di lasciarsi alle spalle per poi poter tornare.
Perciò, questa sera, vorresti che guardasse la luna, come stai facendo tu. E, ricordandosi di quel suo sorriso abbandonato dentro le tue costole, venisse a riprenderselo, portandosi appresso tutto il pezzo che manca.
Stanotte, la luna è la lama pungente di un ricordo.
Come quando provi a camminare sulle punte, e le mani cercano a tentoni i mobili intorno ma non trovano nulla.
Allora tu cadi.
Antonia Storace
E' un sorriso messo strano, la luna, questa sera. Ti è caduto dentro qualche tempo fa, e ci è rimasto.
Lui ha dimenticato di portarselo via quando se n'è andato. Si è preso tutto: il tuo meglio, il tuo peggio, il tuo insomma. Ma quel sorriso no, se l'è scordato. Così lei, di lui, oggi ha la storia di un sorriso cui mancherà sempre un angolo, una minuscola punta di preziosissima verità.
Qualche volta te lo domandi. Ti chiedi se quel sorriso dimenticato non sia invece una scusa, il pretesto che lui ha scelto di lasciarsi alle spalle per poi poter tornare.
Perciò, questa sera, vorresti che guardasse la luna, come stai facendo tu. E, ricordandosi di quel suo sorriso abbandonato dentro le tue costole, venisse a riprenderselo, portandosi appresso tutto il pezzo che manca.
Stanotte, la luna è la lama pungente di un ricordo.
Come quando provi a camminare sulle punte, e le mani cercano a tentoni i mobili intorno ma non trovano nulla.
Allora tu cadi.
Antonia Storace
lunedì 20 luglio 2015
Ieri mattina, bloccata nel traffico della Costiera Amalfitana - in direzione de La Feltrinelli di Salerno - in radio passava la canzone Grand'Uomo di Claudio Baglioni, nel verso che fa: "Ma ti giuro che, io sarò qualcuno e griderò al futuro il vento che c'è in me. Come è vero che c'è più tra zero e uno, che non tra uno e cento, ed uno è quello che ai carri chiude il passo, fa stramazzare il fiato, la morte porta a spasso
e io chi sono stato per essere un grand'uomo. La fantasia è dove non c'è
l'ipocrisia della realtà, e quel che dai di te mai niente te lo porterà più via. La poesia è come un'idea, non cerca verità la crea. E se non credi sempre in me fa che io creda sempre in te...".
Era la tua canzone, la canzone di chi, qualche anno fa, è diventato un pezzo di cielo incastrato nel tetto del mondo.
Quando l'ho sentita, ho capito che sarebbe andato tutto bene. Che tu c'eri, anche se non potevo toccarti. C'erano le Aquile, il profilo pulito delle loro ali possenti quando si stagliano in volo. Avrei alzato gli occhi in prossimità del sole e ti avrei visto, perché la poesia beffa la morte e fa eterna la vita.
Per questo scrivo.
Ci sono giorni in cui il mondo indossa il vestito buono della domenica e da il meglio di sé. Così è stato questo fine settimana, all'associazione SpazioDonna di Salerno. Un centro di accoglienza per chi ha incontrato l'uomo nero dell'amore, ci ha vissuto insieme per un po' e, dopo avergli detto addio, si è rimessa in piedi, dritta e tesa come un fuso.
Certe storie sono mostri travestiti. Certe donne sono bellissimi guerrieri.
Certe storie sono mostri travestiti. Certe donne sono luoghi bagnati dalla luce, ed una parete di gelsomini ad affondarci dentro il naso.
Certe storie sono mostri travestiti. Certe donne sono teste fine, scalatrici di sogni, lucidissime visionarie e costruttori di nuovi mondi possibili.
Quando le seconde incontrano i primi, non c'è partita: i mostri perdono.
Quando certe donne - che sono guerriere e luoghi, teste fine, lucide visionarie e costruttori di mondi - incontrano i mostri, ed il gioco perverso di chi ti vuole piccola ad ogni costo, questi affogano dentro il mare piallato della loro squallida dis-umanità. Li inghiotte l'abisso e la terra si rifiuta di sputarli fuori. Perché davanti a certe donne, c'è solo da tacere ed applaudire.
Dopo questo fine settimana, ogni volta che un dolore nuovo proverà a varcare il confine dei miei giorni, farò come mi ha suggerito la mia amica Rita: chiuderò gli occhi, visualizzerò quel dolore e, con la mente, immaginerò di dargli un bel calcio in culo.
Alla fine, avrò scansato il male e rassodato le cosce.
Antonia Storace
e io chi sono stato per essere un grand'uomo. La fantasia è dove non c'è
l'ipocrisia della realtà, e quel che dai di te mai niente te lo porterà più via. La poesia è come un'idea, non cerca verità la crea. E se non credi sempre in me fa che io creda sempre in te...".
Era la tua canzone, la canzone di chi, qualche anno fa, è diventato un pezzo di cielo incastrato nel tetto del mondo.
Quando l'ho sentita, ho capito che sarebbe andato tutto bene. Che tu c'eri, anche se non potevo toccarti. C'erano le Aquile, il profilo pulito delle loro ali possenti quando si stagliano in volo. Avrei alzato gli occhi in prossimità del sole e ti avrei visto, perché la poesia beffa la morte e fa eterna la vita.
Per questo scrivo.
Ci sono giorni in cui il mondo indossa il vestito buono della domenica e da il meglio di sé. Così è stato questo fine settimana, all'associazione SpazioDonna di Salerno. Un centro di accoglienza per chi ha incontrato l'uomo nero dell'amore, ci ha vissuto insieme per un po' e, dopo avergli detto addio, si è rimessa in piedi, dritta e tesa come un fuso.
Certe storie sono mostri travestiti. Certe donne sono bellissimi guerrieri.
Certe storie sono mostri travestiti. Certe donne sono luoghi bagnati dalla luce, ed una parete di gelsomini ad affondarci dentro il naso.
Certe storie sono mostri travestiti. Certe donne sono teste fine, scalatrici di sogni, lucidissime visionarie e costruttori di nuovi mondi possibili.
Quando le seconde incontrano i primi, non c'è partita: i mostri perdono.
Quando certe donne - che sono guerriere e luoghi, teste fine, lucide visionarie e costruttori di mondi - incontrano i mostri, ed il gioco perverso di chi ti vuole piccola ad ogni costo, questi affogano dentro il mare piallato della loro squallida dis-umanità. Li inghiotte l'abisso e la terra si rifiuta di sputarli fuori. Perché davanti a certe donne, c'è solo da tacere ed applaudire.
Dopo questo fine settimana, ogni volta che un dolore nuovo proverà a varcare il confine dei miei giorni, farò come mi ha suggerito la mia amica Rita: chiuderò gli occhi, visualizzerò quel dolore e, con la mente, immaginerò di dargli un bel calcio in culo.
Alla fine, avrò scansato il male e rassodato le cosce.
Antonia Storace
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